lunedì 23 giugno 2014

La noia

Che noia, sto cercando un carattere di stampa che mi vada bene, ma non ne trovo. I vecchi stampatori mi dicevano che per non stancare gli occhi si sapeva empiricamente (dalla praticaccia insomma) che usando lettere con i baffetti ci si stancava di meno. Ma non lo trovo, sono tutti  sans, sans quoi? Sans serif, ah, si il baffetto si chiama serif.  Ora ci manca solo che nel trasferire il testo al sito si perda anche questo…e addio messaggio. Il serif in italiano si chiama grazia o bastone. Cosa? Una grazia per gli occhi. Va bene, ma bastone? Che c’entra la grazia col bastone. Ma forse per qualcuno le due cose sono intercambiabili.  E togli quel ghigno dalla faccia !
Al cinema o nei romanzi ti imbatti in situazioni inverosimili, forzate dalla esiguità del tempo e dalla trama che deve pur svilupparsi. A James Bond basta un’alzata di ciglio per far calar mutande senza che nessuno le tocchi o far passare la fortunata dalla posizione verticale alla orizzontale alla scena successiva. Lo accettiamo: è Bond, James Bond. Il resto siamo liberi di immaginarlo. E’ il gioco di avvicinamento che ci avvince. Ma a ripensarci può accadere davvero. E quando accade nemmeno ti meravigli. Accade e basta.
Da alcune settimane ero in un albergo a Jersey. Una isoletta normanna al largo della Francia. E’ rimasta sempre proprietà del duca di Normandia, cioè la regina d’Inghilterra.  E’ popolata da poveri esuli evasori  che sono prigionieri dei loro milioni in questo paradiso fiscale.  E io facevo solo lo studente cameriere. Come me altri, a dozzine, perché qui si parla inglese e a me interessava questo. La paga era minima, ma c’era una bella casa di otto stanze dietro l’albergo a disposizione delle cameriere e camerieri  più il vitto e la sparuta mancia. Ce n’erano di tutti i paesi: francesi, italiani, irlandesi, un  ragazzo cecoslovacco rifugiato politico, dopo i fatti dell’anno prima – era il 1969– , un ex sergente in pensione, qualche maltese. Di inglese c’era solo il personale della reception, i due direttori e l’uomo della manutenzione.
Ognuno aveva una sua mira, qualcosa da raggiungere.
Fra questa popolazione di inservienti c’erano due sorelle carine che riassettavano le stanze. Erano sempre insieme, erano arrivate insieme da poco e occupavano insieme la stessa stanza: quella accanto alla mia. Avevano subito attirato l’attenzione della popolazione testosteronica.  Loro erano di lingua inglese e io me ne tenevo alla lontana impacciato com’ero dalla mia limitata capacità di comunicare. La sera le sentivo sghignazzare attraverso il muro sottile. Poi tutto si  faceva silenzio. Avevo una radiolina che era spesso accesa ma che capivo pochissimo. Ma il rumore, la cadenza dell’inglese mi serviva. Una sera ero a letto e, come sempre, leggevo. Era tardi e sento un toc, toc  lieve alla porta.  Non avevo nessun dubbio che fosse una delle sorelle. Le avevo sentite ridere fino ad allora.
Mi alzo, vado alla porta: era Colleen, la più giovane e carina delle due, li in piedi con un babydoll rosa da quattro soldi. Non ebbi il minimo dubbio di cosa fosse venuta a fare. Non ha una sigaretta in mano ed è mezza nuda. Il mio letto è scoperto e le faccio cenno di accomodarsi. Si mette subito sotto le coperte, non faceva caldissimo. La raggiungo e mi stringo accanto a lei. Le parole furono poche e io non avevo nessuna intenzione di rovinare tutto tentando di fare una qualche battuta stupida mal posta.
Cominciammo a baciarci e carezzarci, il mio amico si era rizzato due secondi dopo essere entrato sotto le coperte. Lei aveva delle ottime gambe, del tipo che piacciono a me e per un poco tremammo entrambi dalla eccitazione. Ci baciammo. Le carezzai le spalle e il seno, lo succhiai e lei emetteva mugolii muti e ansimanti. Sono certissimo che la sorella origliava dall’altra parte del muro. Le carezzavo un culo dolcissimo con entrambe le mani e me la tirai addosso. Accidenti, volevo davvero coprirmi  tutto di lei e quel culo che si muoveva pianino, pianino. Feci cenno a tirarle giù le mutande: no, fece, no, sono vergine. Accidenti: proprio a me doveva capitare?  E mo? Mi dico: che vuole questa? Ma non dovevo sprecare quello che avevo. La metto accanto e comincio a carezzarle la passera da fuori, assicurandola che non avrei fatto nulla di irrimediabile, mi lascia fare. Insinuo la mano sotto le mutande, trovo una lanugine soffice, carina, che carezzo senza forza. Poco dopo spinge in avanti l’inguine e apre le gambe. Si apre, la trovo umida. No, bagnata.
Mi ha preso in mano e mi sta menando con una certa energia. La faccio cenno di calmarsi. Non è un pestello da mais.
Ho capito: vuole solo farsi toccare,  quell’inguine però continua senza fermarsi. Ho tutta la fica in mano e il medio è scivolato  dentro da solo. Adesso, mi dico, lascio fare a lei, sa meglio di me cosa vuole. Si muove in maniera che il mio medio funzioni da minicazzo. Lo fa entrare e uscire muovendo l’inguine e la assecondo nella penetrazione. Sono in una posizione scomoda  sul mio fianco destro, un braccio intorpidito ma, non dico nulla.. È lei a dettare il suo ritmo, ansima a ritmo. Con sua la sinistra mi tiene il cazzo serrato, un movimento sconnesso , irregolare. E’ molto bella nel piacere, occhi chiusi, labbra appena aperte, narici tese. La bacio, risponde famelicamente, le succhio con difficoltà i seni, l’inguine fa forza adesso, si vuole alzare, la tengo giù, si inchioda ogni volta sul mio medio penetrandosi duramente nonostante le sue paure, è gonfia molto. Continua per molto, ondeggiando quell’inguine. Lo sento, è tutta concentrata laggiù.
Poi, mentre le succhio ancora il seno, si irrigidisce, si inarca ed esplode. Mi fermo, sento gli spasmi di un orgasmo appena muto intorno al mio medio, ha delle piccole convulsioni, a onde, sempre meno. Si calma. Apre gli occhi. Mi sorride e mi bacia. Mi tiene stretto. Si è girata verso di me. Ha cambiato mano. Mi ha preso con la destra. Mi fa cenno che vuole finirmi. Le sorrido. La lascio fare, come sempre lo fanno male. Io non conosco loro e loro non conoscono me. Metto la mia mano sulla sua. La tengo ferma. Sarò io a muovermi. Capisce. Continuo fino alla fine che arriva poco dopo. Sarà vergine, ma certamente sa quello che succede. Le porgo dei fazzolettini e lei pulisce per bene, contenta. Stiamo li ancora un poco fermi a farci carezze e baciarci. Quel culo è incredibile! Non passa molto e il cazzo sta venendo su di nuovo. Lei se ne accorge.  Mi regala un sorriso enorme, un bacino, poi si alza, si mette a posto il babydoll, -che idea!- ed esce dalla stanza. La sento che ridacchia con la sorella nella stanza accanto. Riprendo il mio libro ma non riesco a  concentrarmi. Al diavolo! Spengo la luce, accomodo il cuscino sotto la testa.

Una per me James Bond!

giovedì 19 dicembre 2013

Arriva un sms. “Che fai?” E’ tardi, sono appena rientrato e sono seduto a fissare la televisione a senza ascoltare. Rispondo. “Nulla, sono sul divano e guardo la tele”. 5 minuti e niente risposta.
Eravamo appena rientrati da una breve tournée. Il caso aveva voluto che sedessimo vicini in aereo. I nostri cognomi simili e la segretaria del coro aveva passato la lista in ordine alfabetico alla linea aerea che aveva fatto l’assegnazione dei boarding passes tenendo quell’ordine e noi eravamo capitati vicini sia all’andata che al ritorno. Eravamo 80. Non ci conoscevamo affatto e durante le numerosissime prove avevamo scambiato solo poche parole per caso. Scoprì che Etta aveva appena avuto il divorzio. Era contenta e sorridente ed era stata una compagna di viaggio divertente. Avevamo riso tanto e mi aveva anche raccontato che oltre a cantare le piaceva dipingere. Non essendo curioso le lascia raccontare quello che voleva. Aveva un buon odore, non profumo, odore che come un tarlo si era introdotto nella testa e a varie riprese mi ero chiesto come sarebbe stata fra le lenzuola. Doveva sapere leggere le mie espressioni perché il sorriso che vedevo aveva una vena di malizia. Mi era capitato di avere accelerato troppo i tempi nel passato e mi dicevo che le pere, quando sono mature, cadono da sole. L’aereo era pieno di altri colleghi e di orecchie indiscrete per cui non feci nessun accenno alla possibilità di rivederla. Per ora mi accontentavo della sua presenza e del fatto che lei era così rilassata con me. All’aeroporto il solito piccolo caos poi nel salutare tante persone ognuno prese la sua strada.
“Che fai?”
Decido di chiamarla. “Ciao. Ti disturbo? – “No” sono appena uscita dalla doccia”. “ Sei bagnata? Ti chiamo dopo?” – “No, dimmi” Decido di abbandonare il mio ritegno: ora non ci sente nessuno. “Volevi sapere cosa facevo? Pensavo a te francamente. Sono qui e ti sto pensando e poi arriva il tuo sms, mi sento solo dopo giorni in mezzo alla gente e cinque ore a starti vicino in aereo. Tu come stai?” – “Anche a me succede la stessa cosa”. –Silenzio. Decido di provare, dopo tutto che significava l’sms? Ma non glielo chiedo, è come cercare la giustificazione per un segnale, forse mandato d’impulso, non le voglio creare imbarazzo ma è meglio battere il ferro finché è caldo. “Ti voglio vedere” “Quando?”. “Ora”. “Ma è tardi”. “Lo so, ma è adesso che sto in agitazione e ho voglia di starti vicino”.  “Non so”. “Dai, dammi un indirizzo e sarò da te subito”. “Ok, ma non puoi rimanere a lungo, domani lavoro”. Ignoro questa ultima protesta. Non significa nulla, anzi… significa: ”anche io ti voglio vedere ma non ti lascio pensare che hai tutto facile, facile”. Arrivo in dieci minuti. Lei è già in camicia da notte e vestaglia, adesso odorosa, profumata col trucco leggerissimo. Chiudo la porta e la abbraccio, la bacio, la stringo”. Ho una erezione istantanea spaventosa. Gliela faccio sentire spingendola contro l’inguine. Ne è contenta perché spinge e si strofina anche lei, i baci sono diventati frenetici. Senza lasciarla la spingo verso l’interno dell’appartamento, sarà lei a guidarmi indietreggiando verso la camera giusta. La continuo a baciare, mi tolgo il giubbotto, mi allento i pantaloni, lascio cadere,  la riprendo e sollevandola la poso sul letto dove mi aveva guidato. Quasi mi strappo la camicia e le sue mani mi carezzano dappertutto. Le ho slacciato tutto, cerco il contatto della sua pelle che mi eccita sempre da morire, l’avvolgo completamente. Con l’erezione che le carezza la fighetta infuocata ne cerco l’apertura. Non ho tempo, devo viverla dentro. Scivolo facilmente, è fradicia. Mi fermo a sentire tutto il calore di cui è carica, sta palpitando. La copro di baci, mi muovo lentamente per sentire ripetutamente ogni cellula della sua figa ma lei accelera, la lascio fare, esplode vibrando come una libellula impazzita. La sento contrarsi sul mio cazzo rigidissimo. Non mi muovo per non perdere nulla. Mi piacciono le contrazioni e l’inguine che salta come preso da scosse che le accompagna. Si calma un momento ma non le do tregua. Esco, mi abbasso e la sollevo sostenendola per le natiche, mi porto la vulva alla bocca. Se pensava di avere finito…. La bacio, la succhio, il nettare mi inonda la lingua, ingoio, ne raccolgo un rivoletto che andava verso il basso, la svuoto, voglio tutto. La penetro con la lingua. Ha una scossa e subito si abbandona alla carezza. Continua a colare poi comincia a ondeggiare contro la lingua, continuo in sincronia e poco dopo ha un orgasmo devastante, si tende in alto, trema, vibra, rantola mentre la figa si contrae intorno alla mia lingua e cola a fiotti. Dura un tempo infinito. Quando finalmente si calma la penetro di nuovo e godo di quella fica calda che ora mi si apre ancora più accogliente. La martello senza pietà a lungo, fa un flebile tentativo di contrastarmi ma ora è mia, deve subirmi, deve sentire fino alla gola i colpi che le do e che le dicono quanto mi piace e quanto mi eccita, spero capisca il complimento. La stringo forte e la inondo di sperma invadendo ogni fibra del suo corpo. Ci teniamo a lungo abbracciati…..

domenica 10 febbraio 2013

L'estate di Janice


(parte prima)



La luce  del sole l’odore di fieno tagliato da poco sono le sensazioni che colpirono J appena fu sulla scaletta dell’aereo. Si guardò intorno e vide solo la spianata dell’aeroporto, anonima,  come tante altre che si ricordava in Africa. Solo che questa era in Italia. Per la prima volta .

J aveva 14 anni compiuti l’autunno precedente, era coi genitori ed andavano ad occupare una parte di casa che un’amica della madre le aveva  concesso per le vacanza. Una casa dimessa ma ordinata, raramente occupata, in una campagna toscana. La campagna e il terreno venivano curati da un fattore che a sua volta occupava un’altra casa poco distante.
Il padre di J era un ufficiale di carriera perennemente in movimento col suo reggimento da  un posto all’altro nelle varie basi che l’esercito inglese, per tradizione, prestigio o convenienza di patria, ha  sparsi in tutto il mondo. J, come tante figlie di ufficiali,  era stata parcheggiata fin da piccola prima con i nonni paterni e poi a dodici anni era stata mandata in un college dove riceveva le sporadiche visite dei genitori. Il college era popolato da bambine e ragazze come lei. I genitori troppo impegnati per prendersi cura dei figli. Apparivano a Natale, Pasqua e per sette settimane in estate. Perfino i mid-term, settimane di vacanze in mezzo ai trimestri, li passava in collegio. Durante i mid-term le lezioni erano interrotte e almeno la metà delle ragazze non tornavano in famiglia ma facevano delle “vacanze” trasferendosi in altri college in altre parti dell’Inghilterra a scoprire altre regioni. Era così che aveva visitato la Scozia, il Galles e i Cotswalds.  I colleges fra di loro si scambiavano ospitalità: costava di meno che mandarle in albergo. A dodici anni J era arrivata a Harebrook, un college in campagna che ospitava circa quattrocento ragazze.  La vita del college correva a ritmi molto strutturati. Sveglia, pulizia, colazione, lezioni, lunch, ancora lezioni e poi sport, tutti i pomeriggi fino alle sei, sia nei campi sportivi che nelle palestre, cena e ricreazione e infine ninna. Le camere da letto erano infilate in vari locali ed erano tutte nei piani alti. Il caseggiato si sviluppava su tre lati di un quadrato con al centro il solito prato rasato cortissimo. I caseggiati conosciuti come “houses” servivano anche a creare ad arte ed alimentare lo spirito competitivo fra le ragazze, specie nello sport. Si gareggiava per la propria “house” all’interno e per il proprio college all’esterno in gare con altri colleges e scuole. Ogni stanza ospitava quattro cinque ragazze, a ciascuna un proprio spazio, e poi  cucinino e  bagno in comune. Nessuna si sentiva sola. Appena J arrivò le fu assegnato un “angelo custode” che la doveva informare e proteggere per il periodo di avviamento nel college. L’angelo era sempre una ragazza del terzo anno che fungeva da sorella maggiore. Nel cucinino venivano preparati extra a volontà e le ragazze erano incoraggiate a imparare a cucinare poi qualcuna si entusiasmava troppo con relativo consumo eccessivo di cibo, ma erano poche.
J si rese presto conto che alcune ragazze a volte si facevano “compagnia” durante la notte. Il pretesto era un malore, un dispiacere, una qualche cattiva notizia. Si rese anche conto che quando succedeva si sentivano anche respiri affannosi e qualche gemito. Le più grandi sapevano benissimo cosa stava succedendo e nessuno nel college ci faceva caso. Tanto, prima o poi partecipavano tutte, non solo si sostenevano a vicenda nei loro problemi emotivi ma anche e non c’era altro modo di imbrigliare la sessualità nascente di tante adolescenti ma nessuno ne parlava. Tutti la consideravano una cosa normale. Fu così che nel secondo anno, la sua vicina di letto che era più grande di lei e con cui aveva un rapporto più amichevole, venne a stare con lei sotto le coperte.  Prue la abbraccio e J sentì un calore sconosciuto che la invadeva per la prima volta e le piaceva. Senza pensarci troppo si abbandonò agli abbracci e carezze di Prue e ai bacetti che le dava sul collo. Le piaceva e poi stava più calda così. Nelle settimane che seguirono si scambiarono letto spesso nel buio. Ricambiava le carezze di Prue allo stesso modo e ora davvero ci aveva preso gusto.  Passato l’inverno si toglievano completamente i pigiami nel il letto e si carezzavano nude. Era molto piacevole. Si leccavano i seni a vicenda fino a che cominciavano a solleticare troppo. J era consapevole del brulichio che la coglieva fra le gambe a si stringeva istintivamente ad una gamba di Prue. Fu così che ebbe il suo primo orgasmo. Prue era felicissima per lei e glielo disse. J, è meraviglioso, hai goduto come una vera donnetta! Ti piacerà sempre di più, la assicurò. Da li a passare a leccarsi le giovani fighette appena pelose ci volle poco. Incominciarono così ad essere una “coppia fissa”. Di coppie fisse nel college ce n’erano tantissime. Naturalmente  moltissime fantasticavano anche su come sarebbe stato con un ragazzo intanto facevano pratica saffica in attesa di provare con qualche boy fuori dal college.
Nel college c’era una nurse permanente che si prendeva cura delle necessità delle ragazze distribuiva tamponi; teneva la salute delle ragazze in ordine aiutata quando necessario da un ginecologo e un  medico generico. La nurse, che tutti chiamavano Matron, si faceva anche carico di impartire alle ragazze una educazione sessuale di base e a centinaia avevano affrontato con lei il primo periodo e la prima inserzione di tamponi. Quello era il tipo  preferito nella maggior parte dei casi a causa della intensa attività sportiva delle ragazze. Fu dopo una serie di lezioni in educazione sessuale che la curiosità spinse J a volerne sapere di più da Prue e per la prima volta Prue, nel carezzarla, la penetrò con un dito. J  fu sconvolta dal piacere intenso che ne ebbe e rimproverò l’amica di non averlo fatto prima. Prue le disse che c’era dell’altro e J volle saperlo immediatamente. Prue scivolò lungo il corpo di J che stava crescendo a vista d’occhio e le mise la bocca fra le gambe. Leccando J delicatamente e con tanta saliva. J cominciò a torcersi, era troppo, era troppo dolce. Istintivamente spinse l’inguine verso al bocca di Prue e si aprì al piacere. Era incredibile che fosse così piacevole. Stringeva gli occhi nel semibuio e scuoteva la testa. Fece rumore oltre il normale e nel dormitorio si svegliarono tutte a osservare l’iniziazione di J. Ora era una di loro. J era cresciuta attraverso un orgasmo di una intensità incontrollabile. Poi J volle farlo a Prue che la lasciò fare. Si addormentarono tenendosi abbracciate. Nei loro bisbigli Prue le aveva detto che con i ragazzi sarebbe stato ancora meglio. J non ci credeva ma era curiosissima di saperlo.

venerdì 1 febbraio 2013

Ambra





Caro papino,

lo sai che mi ha sempre eccitato scoparti e farmi scopare da te. Sarà che sei tanto più grande di me e mi eccita l'idea di avere un amante più adulto, sarà che sai sempre cosa desideri la mia fighetta... spero sempre di farti contento perché da quando ti ho conosciuto ti adoro troppo!
So bene che tutto sommato sono una ragazza per bene, non lo dici tu stesso?
Com'è che mi chiami? Una personcina a modo, vero?Magari mi stereotipi al punto tale da pensarmi come tutta moine e finezze e forse non ti discosti molto dalla realtà eppure... devo confessarti cosa penso sotto questa bella facciata da santa figliuola.Mi hai chiesto ieri sera di masturbarmi, lo ricordi? Di pensare a qualcosa che mi desse piacere fino a goderne e poi raccontartene bene, in ogni dettaglio.Ebbene papino, ultimamente non faccio che desiderare tanti cazzi... tanti cazzi che mi usano come fossi un oggetto sessuale, una puttana fatta e finita che gode solo con un treno di uomini che la usano.Non ti nascondo che ultimamente non faccio che cercare video spinti a tema violento... non troppo, eh? Sono pur sempre una ragazza per bene.Niente sangue o lesioni... solo coercizione e costrizione. Non mi ritengo una schiava, giammai, ma una bambola? Per puro piacere erotico? Non ti nascondo che mi piacerebbe, non ti nascondo questo né null'altro. Allora eccomi qui a raccontarti a cosa ho dedicato il mio orgasmo l'altra notte, quale fantasia ho creato, su tuo consiglio, per sollazzarmi. Una stanza bianca e io che combatto con la mia paura.
Gli uomini dentro sono tanti... sono 8. Per fortuna entri con me... per badarmi, per mettere un freno ad eccessi che possano rivelarsi malsani, pericolosi. Sai bene che nonostante questa parvenza di signorina bon ton, io perdo facilmente la testa e di lì in poi nulla mi ferma... passa l’imbarazzo, passa la paura. È rassicurante questo, sai? Che la paura sia solo in principio, che poi passi. Aspetto quindi di abbandonarmi alla mia voglia, alla lussuria che mi cresce dentro in fretta e che offusca il mio pensiero lucido. In quel momento butto via la signorina. Non sono più io, non esiste più nulla del mio essere prima. Sono tutta figa. Sono una puttana e voglio godere.
Mentre ti siedi ad osservarci, un paio di loro mi porgono la mano. Strette forti le loro, sicure, non come la mia, incerta, dalle dita gelide.
Per l'occasione ho deciso di non indossare mutandine, sotto la gonnellina a quadri non porto nulla, solo calze di lana altre fino a metà coscia, grigio scure, in pendant con gli stivali. Sono pur sempre una personcina a modo... non avrai mica pensato che sarei venuta vestita da troia No, da troia no... un po' da lolita si.
Ma sai... questi porci sanno bene cosa fare e sono in cerchio attorno a me. Mentre mi accingo a stringere la mano all'ultimo, sento già delle dita tirarmi su la gonnellina. Non è un movimento violento, è semplicemente un alito di vento che mi sfiora tra le cosce e una leggera carezza che saggia la consistenza delle mie natiche. Mi volto e vedo già dei pantaloni sbottonati ed e' in quel momento che ho più paura: non sono ancora porca quanto vorrei... sono in rodaggio, debbo riscaldarmi... sono lenta, lo so, ma quando qualche mano di questi bei ragazzi si scomoderà a strusciarmi bene lo spacco allora sono sicura che sarò calda abbastanza per lasciarmi andare.
Sai com'è il pensiero, no? Cattura e propone solo le immagini interessanti, non ha tempi morti e quindi in esso mi hanno di già spogliata, sono del tutto nuda, in piedi, ciascuno di loro sventola un'asta dura che puntualmente viene sbattuta contro le mie cosce o il mio culo.
Immagino di spompinarli tutti, sai? Una ragazza per bene come me non ci si tuffa sopra però... subito dopo mi vedo in ginocchio, a prenderne un po' di ognuno, a bagnarli e succhiarli alla ben meglio prima che, di peso, mi portino su un tavolo con un paio di cuscini. Mi adagiano lì, adesso sghignazzano e io rido con loro... sono porca quanto loro... no, forse anche peggio.
Mi toccano tutti, mi strizzano le tette, mi mettono i loro cazzi in mano e in bocca, vedo un ragazzo bianco, di tipo nordico ma dal fisico massiccio... vedo il suo cazzo roseo che punta la mia figa e mi penetra. Inizia a scoparmi mentre uno di loro mi fa la cortesia di masturbarmi, mette il suo pollice bagnato proprio sul clito, alla sommità delle mie labbra lucide e bagnate, contratte dallo sforzo che fa l'altro ad entrare, e inizia a strofinare lento schiacciando la mia perlina che sfugge ovunque mentre lui con un dito la insegue.
Mi vedo... mi sento gridare... ma non godo, infondo mi avevi chiesto di immaginare qualcosa che mi procurasse un orgasmo lungo e lento e così faccio... allento la presa, il mio polso rallenta la corsa ma pregusto, mi sento vibrare dentro e la mia mente mi porta una nuova immagine.
Sai cosa mi piace del gruppo, papi? Oltre ai tanti orgasmi, moltiplicati tanti quanti sono gli uomini che ti scopano?

Il cambio.

Quell'attimo in cui uno lascia il posto all'altro. E' in quel momento che arriva la sensazione di sentirsi usata, presa da tanti cazzi. E' l'ingresso di un corpo nuovo, diverso, il concedersi ancora, quasi senza fine e sicuramente senza alcun ritegno.
Una puttana a cui servono 8 cazzi per essere contenta. La mia mente corre veloce ad una nuova scena, sempre sullo stesso tavolo sono impalata sul cazzo di uno di loro. Mi tiene stretta alla vita con braccia serrate come una cinghia mentre altri mi toccano i seni, li strizzano forte fino a farmi male.
Sento uno di loro dietro, puntare la cappella verso il mio buchetto più stretto e sforzare l'anello cedevole fino ad entrare.
E' un misto di piacere e dolore, sono piena e irrequieta ma mi piace. Il mio corpo e' pervaso da mille brividi mentre penso ai vari che si succedono nel mio culo, che di comune accordo decidono di venirmi dentro uno per volta fino a che non viene anche l'ultimo che mi tiene ancorata dalla figa. Da me colano fuori lunghi rigagnoli di sborra.
E' in quel momento che godo, paparino, con una mano tra le gambe nude e l'altra infilata nella maglietta a strizzarmi il capezzolo sinistro che sbucava impertinente al di sopra del reggiseno.
Un orgasmo lungo, sai? E lento a salire, che necessitava di essere incentivato di continuo dallo sfregare delle mie dita ma che, una volta arrivato, mi ha lasciato stravolta.
Con il fiato corto e il polso dolorante, socchiudo le gambe quel tanto che basta per sentire il mio umidore fattosi più consistente. Ecco, vedi, questa personcina a modo, questa ragazza per bene, la tua bambina, desidera questo spesso e volentieri. Non sarà molto appropriato al mio viso infantile e al mio modo gentile di approcciarmi ma tant'è vero che se ti piaccio una ragione ci sarà e credo sia la mia mente porca ad attrarti, oltre al mio culo... .

Non mi spiace di questi cattivi pensieri, capisco che possano risultare inappropriati per una ragazza per bene ma ti assicuro che non rimpiango affatto l'orgasmo che mi hanno regalato e mi chiedo se per davvero un giorno di questi mi porterai a scopare una marea di uomini.

Io lo spero ... .
Ti adoro, ti bacio.
Tua.

Ambra


di fiordiciliegi 

venerdì 7 settembre 2012

Party, party


La ragazzina aveva 16 anni da poco. Appena legale per il posto in cui mi trovavo. Avevamo cominciato a ballare insieme in una di quelle feste caotiche dove ci si conosce appena ma tutti vogliono divertirsi. Lei era tutta sviluppata, in tutti i sensi. Mi si strinse addosso con tutta l’intenzione di provocarmi e l’effetto non si fece attendere. Una erezione di pietra la spingeva fra le gambe e l’inguine. Mi mise due braccia intorno al collo per assicurarsi la presa e allo stesso tempo cominciò a sfregarsi ondeggiando contro il mio cazzo. La manovrai contro un muro della stanza poco illuminata  e cominciai a baciarla dolcemente sulla bocca mentre il mio cazzo la teneva incollata al muro. Aveva una lingua esperta, avida, sapiente, esploratrice e delle labbra carnose e morbide e bagnatissime. Si divincolò con la testa e mi baciava il collo prima e poi avendo leccato per bene sotto l’orecchio destro comincio a baciare con più insistenza e a succhiare. Dimenticai tutto e mi abbandonai a quel solletico e a quella lingua che mi dava un piacere sconosciuto e inaspettato. Aprì un porta poco distante e ci infilammo in una stanza buia. Chiusi porta, ce la spinsi contro e mi misi ad armeggiare con il suo inguine fradicio sotto una minigonna cortissima, scostai le mutande e carezzai un pelo delicato che nascondeva delle labbra gonfie e caldissime. Persi la ragione, abbassai la cerniera dei pantaloni e misi a nudo un cazzo più famelico di un lupo in inverno. Lo puntai fra le labbra bagnandolo e lei si offrì spingendo il suo inguine in avanti e sollevando una gamba. Le scivolai dentro mentre emetteva un rantolo animale. Sostenendole la gamba alzata la scopai selvaggiamente come un coniglio. Non avevo tempo per preliminari e non c’era tempo per le delicatezze. La inondai di sborra come non mi era mai capitato mentre lei si teneva aggrappata per non perdersi nulla della mia foia. Uscimmo dalla stanza buia e sgusciammo fuori senza salutare, tanto erano tutti affaccendati. Me la portai a casa per finirla. Ma non so chi fu finito. La ragazzina era una indemoniata e volle scopare e giocare “quasi” tutta la notte. Passò da un orgasmo all’altro senza smettere. O così sembrò. Una donna fortunata, pensai. Questa la vita se la godrà davvero ed ha cominciato così presto! Le mie palle gridavano vendetta. Il giorno dopo scoprì che quella “leccata” sul collo mi aveva provocato una ecchimosi. Volontaria da parte sua per lasciarmi un ricordo. Love bite! Però io sono sicuro che anche lei la fichetta ce l’aveva rossa il giorno dopo, ma non se ne lamentò mai.

This chick was just about sixteen. Just legal where we were. We had stated dancing in one of those house parties where people barely know each other and everyone is out to enjoy themselves. She was fully developed in all senses. She clad on me like a limpet with all intention of getting some reaction. She soon got it. A cock like steel pushing between her legs and fanny. Stuck two hands round my neck to maintain hold and pushed her own groin against my erection. What a little bitch, I thought while she continued to grind her legs around my swollen dick. Gently I manoeuvred her to the edge of the sparsely lit room against a wall and started kissing gently and keeping her pinned against the wall. Her tongue was luscious, avid, expert, lips swollen, wet, sweet. Moved her head to my neck, under my ear. Licked there for a while like a puppy and then stated kissing. I abandoned myself to that unknown and lovely tickle. That lasted a while. Then with a few steps I moved to a door that opened into a dark room. Shut it and pinned her against it and started fumbling with knickers under a rara miniskirt. She was very wet.  Found my way round her front rubbing some very fine, delicate and sopping hair.  I lost control. I unzipped my delirious cock end rubbed it between her flooded lips while she was offering her hungry groin to me. Lifted one leg and slid into her to the end with a rant from her throat. Holding one of her legs I fucked her savagely like rabbit. I had no to me for preliminaries or niceties. I flooded her with spunk like had never done with anyone. She held me tight for a while not to miss anything from my attack. We left the room and slipped out of the party without greeting anyone. Everybody was engrossed in something or other. I took her home to finish her off. But I am not sure who finished whom. The chick was possessed and wanted to fuck and play all night long. Or so it seemed. What a  lucky woman, I thought. She’ll enjoy her life for sure and still so young!. My balls were screaming in pain. The day after I found out that the licking had given me a bruise. Love bite! Done on purpose, to leave me a mark. However I am sure that her young sweet pussy was red and throbbing the day after, though she never mentioned it.

giovedì 21 giugno 2012

Se ci vedessimo stasera?



"Se ci vedessimo stasera?" mi disse fissandomi negli occhi, accompagnando la sua domanda con un sorriso perfetto e denti bianchissimi.
Non riuscivo a non distrarmi ogni volta che i suoi occhi, al tempo stesso interrogativi ed imperscrutabili, fissavano i miei.
Non avevo mai visto, prima di allora, occhi così: occhi ambrati, tempestati di macchioline, maculati come il manto di un leopardo. Semplicemente bellissimi, ammalianti e dorati come un quadro di Klimt.
"Sai che non posso" risposi con il tono malizioso di chi ben sa che non ci vorrà molto a tramutare la poco convincente ritrosia in un convinto "si". "Ho troppe pratiche da finire, non so neanche a che ora riuscirò a lasciare l'ufficio".
Non mi lasciò neanche il tempo di finire la frase, che le sue mani avevano già sollevato la mia gonna e le sue dita premevano con forza sul microscopico lembo del perizoma, spostandolo.
Socchiusi la bocca, in un respiro strozzato, e le sue dita erano dentro, completamente bagnate della mia eccitazione immediata.
Fissandomi negli occhi inizio iniziò a masturbarmi lentamente; le sue dita con un movimento flemmatico entravano ed uscivano dal mio fiore e i suoi occhi mi fissavano con l'espressione di un guerriero che sa di aver vinto la sua battaglia. Con la voce suadente riprese " Sei sicura? Io dico che dovremmo vederci stasera, ho già voglia di succhiarti, sei proprio sicura che non puoi?".
Eccoci alle solite: sono muta, con il respiro corto, la bocca socchiusa e la sua a sfiorarmi, a respirare nella mia. Ecco arrivare come un fiume in tempesta la voglia di mangiarlo, di tirare fuori la lingua senza contegno e aggrovigliarla alla sua, sentire il suo sapore.
Senza allontanarmi da lui, inerme, senza essere in grado di proferire parola, posai la mia mano sui  pantaloni, certa della sua erezione. Era durissimo, ed enorme, infatti.
Mi venne all'improvviso una voglia irrefrenabile di prenderglielo in bocca, accidenti e me, ma in ufficio è sempre molto pericoloso.
Senza rendermi conto di quel che stessi facendo, mi ritrovai in ginocchio, con la faccia sui suoi pantaloni e le mani,entrambe, premevano vogliose e bramanti sul suo membro.
Seguivo l'asta in giù e in su e lo sentivo diventare sempre più duro e gonfio. Avvicinai la mia bocca all'altezza della cappella e la presi in bocca così, chiusa nel pantalone.
La sua testa si chinò all'indietro accompagnata da un sonoro sospiro. Mi prese la testa con le mani e la spinse con forza su ciò che tanto stavo desiderando.
"Prendimelo in bocca " sussurrò implorante, abbassando la cerniera.
Aprii la bocca e chinai la testa di lato. Lo presi in bocca così, ancora dentro i boxer shorts e l'effetto era molto più gradevole rispetto al pantalone. Su e giù, cominciai il mio movimento. Avevo l'asta in bocca.
Il mio amante impaziente continuava a premere il mio viso sul suo membro.
"Prendilo in bocca, prendilo, succhiami".
Lo ignoravo e continuavo a prenderglielo così, senza spostargli i boxer, ma pur sempre in bocca.
Sentivo la sua voglia: premeva il mio viso su di lui e accompagnava ogni mio movimento spingendo le natiche verso di me, come stesse avendo un rapporto sessuale.
Avevo le mani sulle sue natiche, sode. Spostai i boxer e iniziai ad accarezzargliele, spingendo i suoi glutei verso di me e continuando a succhiarglielo da sopra al boxer.
Sentivo la sua voglia aumentare sempre più, sentivo l'eccitazione, il suo respiro accelerato. Vidi la punta della cappella uscire dai boxer, impaziente. Iniziai a leccare avidamente quell' unico lembo di pelle a me offerto e con le dita mi avvicinavo al suo buchino.
Così, premendo sull'ano, senza entrare e sbaciucchiando quel pezzetto di cappella  a me offerto, presi la mia decisione e accolsi nella mia bocca un pezzo in più, scostandogli definitivamente il boxer per poterlo assaggiare meglio.
Ora era il suo di respiro ad essere come strozzato.
Lo presi in bocca e incominciai la mia danza. Con le mani accompagnava la mia testa, seguendo il ritmo, lento, che accompagnava ogni mia profonda spinta.
"Prendilo tutto" sussurrava, "Prendilo tutto, prendilo in gola".
E' quello che desideravo con tutta me stessa.
Alternavo le spinte profonde e vogliose a vari baci e risucchi sulla cappella gonfia e lucida. Era tutto bagnato, di umori suoi e saliva mia.
Inizio a spingermi con forza, aumentando il ritmo. " Vuoi bere?Dimmelo, dimmi che vuoi bere, fammi sentire, fammi sentire come lo vuoi".
Continuavo a prenderlo in bocca molto rumorosamente, adoro il rumore del risucchio e faccio in modo che sia sempre molto sonoro. Che magia il suono di questa orchestra di piacere.
"Mmmm" annui, aumentando il ritmo e senza toglierlo dalla bocca.
"Bevi tutto, dai, fammi sentire come ti piace, non perdere neanche una goccia, bevi tutto, dai, fammi impazzire..."
Ecco arrivare quell'attimo che precede l'eiaculazione, quando è durissimo e senti un leggero movimento, come una vibrazione che parte dalla base e arriva fino alla punta.

Sono pronta ed eccitata per succhiare tutto avidamente.
Adoro succhiarlo così e guardare il suo addome contrarsi.

Spingendo forte sulle sue natiche, per meglio accogliere tutto il suo membro nella mia bocca, tra sospiri rumorosi ed esortazioni a non fermarmi, succhiai avidamente ogni goccia, con una tale foga da far finire tutto il suo sperma direttamente nella mia gola.

Mi strinse forte la testa, come abbracciandola, premendola sulla sua pancia, dolcemente e respirando profondamente. Esausto.

Se la Fata, senza preavviso, si trovasse le mani del suo uomo-bambino fra le cosce a masturbarla con forza mentre le fissa negli occhi, non può resistere. Dovrà bere e saziarsi.

Di Lafatadorata

giovedì 24 maggio 2012

L'orgasmo della FatAdorata


di  fata dorata

Lo sapevo, non avrei dovuto invitarti a passare qui in ufficio, non oggi, che sono tutta sola. Non oggi, che guarda caso ho strani pensieri che mi passano per la testa.
Sono vestita come piace a te: giacca e pantaloni neri, una camicetta beige con profonda scollatura . La giacca è contornata da un bordino beige, ha taglio femminile, sfiancata, piuttosto corta.
Decolté nero, tacco 7. Ho i capelli mossi a onde, che sanno di balsamo, come piace a te. Lunghissimi.

Ho fatto una lunga doccia stamani e mi sono accarezzata a lungo, con calma, cospargendomi di olio per il corpo, ovunque.
L'ho passato sul seno, sui capezzoli turgidi mentre la mia mente vagava maliziosa. Ho immaginato le tue mani, sentito il piacere di toccare la carne, soda, consistente, per finire sul capezzolo, sporgente, duro, marrone.
Poi mi sono accarezzata lì, tra le cosce. Le labbra gonfie, lisce come pelle di un neonato, i glutei, l'ano. Ho provato piacere, mi sono senta eccitata all'idea malsana che forse, la tua lingua, presto, avrebbe ripercorso lo stesso tragitto.

Solo poche ore dopo, frastornata dal tuo sorriso, dai tuoi denti bianchissimi, dal tuo fiato sul collo, dalle frasi sussurrate nell'orecchio...
"Strega, che buon profumo, non resisto, lasciati mangiare..."
Sei incollato la mio corpo, sento la tua erezione, mi sento stordita, non so che fare, non riesco a non lasciarmi andare.

Mi metti contro il muro, maledetto, apri la bocca ed eccoti lì...
Non mi lasci neanche il tempo di risponderti qualcosa, non capisco nulla e sento la tua lingua, umida, calda, che mi passa sul collo.
Mi bagno inesorabilmente, mi sento pulsare il clitoride, non riesco a pensare ad altro, nel cervello mi martella la voglia di dirti " Mettimelo dentro, sfondami con tutta la forza, leccami ovunque".

Sospiro e la tua lingua incomincia il suo tragitto, proprio come avevo immaginato.
Ti respiro, quanto tempo è passato senza il tuo odore nelle mie narici.
Incominci a diventare matto e frenetico come ti ricordavo, sempre, con me. Mi accarezzi ovunque, hai il respiro affannoso, sento i battiti del tuo cuore.

M sbottoni frettolosamente la camicetta, mi palpi il seno, con forza, irruenza, respiri a bocca socchiusa e freneticamente incominci a leccarmi il seno. Poi eccoti lì, nel posto che più ami. Sei attaccato al mio capezzolo e succhi come un bambino, con ingordigia, facendo rumore.

Potrei raggiungere l'orgasmo, sento di esplodere.
Molli il capezzolo facendolo schioccare, mi lecchi usando tutta la lingua, come un cane, poi lo riacchiappi, succhi ancora, sembri impazzito e io con te. Succhi, lecchi, sei un vulcano in piena eruzione.

Risali su leccando il collo e mi sussurri " Voglio che tu mi venga in bocca"...
Mi sbottoni la camicia e i pantaloni, che cadono a terra.
"Apri le gambe" " Come profumi, come sei liscia, mi piaci da impazzire, sei un lago..."
Spalanco le gambe ed eccoti lì, in ginocchio a succhiarmi avidamente il clitoride mentre mi infili due dita dentro.
Sono così bagnata che si sente il rumore delle dita che entrano ed escono e la tua lingua che sembra letteralmente bere.

Inarco la schiena e dei brividi fortissimi attraversano tutto il mio corpo. Non c'è un centimetro del mio corpo che non sia in estasi.
Le tue mani stringono le mie natiche e la tua lingua arriva ovunque. Sfiori l'ano e nel farlo ti sento davvero perdere il controllo: mi giri, sono di faccia al muro e la tua faccia e letteralmente persa dentro le mie natiche.
Continui a sbranarmi avidamente e poi ricominci a penetrarmi con le dita. Sento dita ovunque, non so più quante mani hai. Mi penetri dietro e avanti contemporaneamente e continua a leccarmi.

Ecco, per un attimo sono completamente tua, vorrei che mi infilassi la testa dentro. Senza rendermi conto, perdendo completamente il controllo ti sussurro " Più forte, ancora..."

Che il Cielo si apra, che si fermi la Terra:

Ecco a te. La fata e il Suo Orgasmo nella tua bocca.


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